comunità crescere insieme | Caro diario

diarioSono qui, appoggiato su altri miei simili, impilati sulla scrivania di questo ufficio con le pareti verdi che ondeggiano e hanno visto migliaia di piedi passare da qui. Ci saranno stati altri come me, che ogni pomeriggio dopo scuola venivano appoggiati qui, controllati, letti, sfogliati, spulciati, come se dovessimo contenere i segreti arcani di una vita nascosta, all’ombra di occhi a volte troppo giudicanti.

Il mio amico qui sotto quest’anno sta meglio dell’anno scorso che aveva tutti i giorni un pezzo staccato. Tutto scarabocchiato, tutto cancellato, calcato, come se qualcuno volesse lasciare una traccia indelebile e comunicare qualcosa.

Il nostro lavoro è un lavoro sporco. Ci ritroviamo a passare di mano in mano, di biro in biro e sentiamo i pensieri di tutti. Non ci piace a volte. Soprattutto quando qualcuno usa una penna rossa e scrive in grande un pensiero brutto e la mia pagina diventa una pagina pesante, che poi diventa un giorno pesante e talvolta un cuore pesante.

A volte i professori mi prendono dal banco e mi ci scrivono sopra dei numeri che hanno dei valori strani: lo chiamano giudizio di apprendimento, ma allora perché talvolta fa arrabbiare tanto i grandi e fa stare così male la mia padroncina che deve giustificare ai grandi quel valore? Sono cose complicate e delicate, io non le capisco bene.

Devono essere importanti questi numeri però se li hanno messi all’inizio: come mi apri leggi il nome della padroncina, poi subito dopo arrivano questi numeri scritti in rosso, blu e nero.

In qualche pagina mi hanno scritto con l’indelebile: frasi con dediche, frasi che ricordano persone che sono state importanti per la mia padroncina. Non capisco perché, ma le date sembrano essere importanti per lei. Si ricorda ogni cosa, talvolta sembra non volerle ricordare, ma quando arrivano a galla fanno tanto rumore. Quando rimangono scritte, non dette, secondo i grandi fanno ancora più rumore. Come boati che rompono il muro del suono delle emozioni che non possono essere raccontate perché non conoscono parole.

Devo dire che la mia padroncina è brava, si impegna: scrive tutti i compiti (i miei colleghi qui hanno un sacco di pagine in bianco!) e spesso è felice di farli, soprattutto se qualcuno dei grandi li fa con lei. Ora che sono appoggiato qui, in questo ufficio, e attendo il visto siglato dei grandi, origlio quello che dicono. Si fanno un sacco di domande e riflettono ad alta voce. Poi si fermano un attimo, escono, vanno a vedere qualcosa nelle altre stanze e poi ritornano. A volte bevono il caffè che è diventato freddo. Mi prendono in mano, mi sfogliano, cercano. Cercano. Ma cosa cercano? Ah, io non lo capisco. L’altro giorno sono rimasti una buona mezz’ora a vedere le scritte con l’indelebile e a girare intorno alla scrivania. Quanti pensieri ‘sti grandi! Non che la mia padroncina i pensieri non li abbia, anzi… io sono abituato a lei e non mi fa più stranezza vederla girare per la stanza, sentirla fischiare come se avesse fiato per un esercito, sentirla cantare sotto la doccia e vederla addormentarsi alle nove e mezza di sera stremata nel suo lettino dove quando i grandi le rimboccano le coperte e le danno il bacio sulla fronte lei si stropiccia tutta e sorride. Sono abituato anche a quando mi tiene in una sua mano e mi stringe e mi arrotola e poi urla e sbatte le porte… Mi sembra di sentire i suoi pensieri: “Ma perché a me?”

Io non so come facciano i grandi di quell’ufficio. So solo che l’altro giorno ho sentito la padroncina che diceva: “La mia mamma ha sbagliato lo so... Per questo sono qui e ora ci sono i miei educatori che si occupano di me”. Mentre lo diceva, mi sembra di aver visto la stessa espressione di quando i suoi educatori le rimboccano le coperte.

Ed è stato bello.

Sono solo un diario, per fortuna.