comunità crescere insieme | Come può uno scoglio arginare il mare?

scoglioNel nostro lavoro ci troviamo spesso, o quasi sempre, a misurarci con un mondo distorto esterno alle mura protette della comunità. Ci ritroviamo spesso con un senso di frustrazione consapevole, a lottare contro un mondo dove tutto è possibile, dove non ci sono limiti, dove tutto è concesso e se non lo è c’è sempre un modo per ottenerlo. I nostri ragazzi sono figli di queste modalità: lo spaccio diviene lavoro per ottenere guadagno facile. Vendere il proprio corpo diventa lecito nella misura in cui “Ottengo ciò che voglio”. Vendere i propri figli e il loro corpo nascondendo l’orrore dietro a un finto affetto e amore genitoriale. Crescere un figlio con le botte e la negazione di affetto, tra la compulsività di “sì e no” privi di senso e vuoti di pensiero…
Ogni giorno noi lottiamo contro tutto questo: difficile smascherare ai nostri ragazzi, senza frantumare personalità, la vera natura dei loro genitori. Difficile ascoltare dettagli di abusi e violenze che ti vengono raccontate con la lucidità di chi ormai crede che quella sia la normalità e ti urla, forse gridandolo prima a se stessa che a noi “mamma mi ha voluto bene, ha sofferto tanto per me” e raccogliere ciò che chi avrebbe dovuto amare e proteggere, ha invece distrutto in un milione di piccoli pezzi incollati come brandelli che stanno insieme solo grazie ad un miracolo (la sopravvivenza e l’istinto a sopravvivere a tutto?). 
Difficile e frustrante lottare contro la convinzione distorta e narcisistica tipica dei nostri ragazzi, dove tutto è possibile perché ci si sente infallibili, che non si può scendere a compromessi scoprendo il proprio corpo, metterlo alla mercé di chiunque, pur di “fare soldi” facili per l’ultimo cellulare alla moda, o la borsa firmata… Grande è la frustrazione poiché non possiamo fingere che fuori gran parte del mondo non sia così. I nostri ragazzi guardano la tele, quella scatola infernale che dipinge donne bellissime e sempre serene, sempre pronte a non cedere mai emotivamente, una scatola catodica sempre piena di notizie come “la Ruby rubacuori” ...
Far comprendere che “fare soldi” è diverso dal “guadagnare soldi”, testimoniare, e non solo dire che il sacrificio e il lavoro onesto sono la via giusta, non la più facile certo, ma quella giusta. E qui non c'entra buono o cattivo, non possiamo scendere nel banale quando si tratta di vite così fragili… I nostri ragazzi sono oltre il bene e il male: sanno distinguerli benissimo. Devono imparare il senso del Giusto, l’Idea di Giustizia e trovare motivazioni intrinseche per perseguirla.
E noi? Noi e la nostra frustrazione? La nausea e il senso di impotenza? Il nostro “delirio di onnipotenza” che in certi momenti ci sovrasta per poi lanciarci nella realtà dei fallimenti educativi? 
Non c’è una ricetta giusta. Basta forse fidarsi fino in fondo del collega, talvolta chiudersi in ufficio e “svalangare” al coordinatore le proprie emozioni, cercare conforto e forza nel gruppo équipe trovando in esso un punto di riferimento, un porto nel quale approdare quando la tempesta emotiva solca il mare. 
Ci sono sostegni professionali, come la supervisione, momento in cui l’équipe si affida all’esperto che rende tutto meno nebuloso e caotico, ricordandoci il nostro oggetto di lavoro costantemente. 
Ma poi, poi deve esserci qualcuno che tiene accesa quella luce, quella candela che nella tempesta trema e deve fungere da faro, da guida. E secondo noi è il gruppo équipe tenuto saldo dal coordinatore, che certo traballa nella tempesta, ma si impegna a rimanere acceso, anche quando il vento soffia più forte e ci ricorda che “uno scoglio non può arginare il mare”.