comunità crescere insieme | fuori dall’etichetta

Settembre 2014.docxIn via Madama siamo pronti all’intervento immediato. Quando squilla il telefono e il Servizio ti chiede di inserire un minore con urgenza, in pochi minuti devi riuscire a capire se puoi scegliere, se puoi ospitare il ragazzo con quelle determinate caratteristiche, se possa esistere uno spazio emotivo all’interno del gruppo minori presente, se la sfida di questa accoglienza sia alla portata delle competenze dell’équipe. Sembra facile, ma non lo è. Soprattutto perché a volte non si può scegliere: per il ragazzo non ci sono alternative e i Servizi lo “pensano” già in Crescere Insieme. Così, qualche mese fa, ci propongono una minore di 16 anni proveniente da un’altra struttura. Il percorso con lei è terminato, non vi è più prospettiva di lavoro e progettualità: la comunità ha quindi chiesto le dimissioni immediate della ragazza.La telefonata è molto tecnica, breve, come deve essere: “Quanti anni ha, perché è in comunità, quali progetti sono attivi, perché non ha retto nel precedente servizio?”. Dall’altro capo del telefono, le risposte sono altrettanto tecniche: “È in attesa di una collocazione in una comunità riabilitativa perché fa uso di sostanze. È sempre in fuga, abbiamo bisogno di qualcuno che la tenga fino al nuovo inserimento, il posto è già prenotato”. Ottimo. Si parte, con mille riserve e dubbi, con quella sana ansia da prestazione che ci rende più recettivi nell’osservazione. Ci aspettiamo una ragazza aggressiva, talvolta violenta, che fa uso spropositato di cannabinoidi e forse di altre sostanze, non in grado di stare dentro a nessun progetto o regola comunitaria. L'unica nota positiva: “È molto intelligente”. La ragazza che incontriamo è frantumata dentro, senza un briciolo di speranza e fiducia nelle figure adulte, da cui si difende soltanto. Straborda di parole che ha sentito e che ha fatto sue: “Che futuro c’è per me? Io non andrò da nessuna parte." Non è stato facile fermarla e comprendere il suo disagio, tipico di un adolescente, ma amplificato dal vuoto e dalla sfiducia. Giorno per giorno, dopo ore passate a parlare con gli operatori, dopo urla e lacrime, il suo viso ha iniziato a distendersi. Via il trucco aggressivo, via le frasi da dura, via la trasgressione. Con il sostegno dei Servizi che più volte sono intervenuti, la nostra ragazza in viaggio, ha iniziato a progettare, investire su se stessa e sulla rete che abbiamo costruito. Ha abbattuto il muro spesso e altissimo delle etichette. La tossica senza speranze ha lasciato il posto a una ragazza, fragile certo, ma con la voglia e il coraggio di provare a fidarsi e ad affidarsi. Dopo alcuni mesi, il nostro Pronto Intervento è terminato. Lei, con i suoi occhi profondi, scuri e gonfi, sulle scale, ci ha detto: “Grazie di tutto, davvero. A presto”. Poco dopo, una telefonata dal Servizio: “Ha dimenticato una cosa, te la passo”. E lei: “Ho dimenticato la scatola dei miei ricordi, torniamo a prenderla, non voglio perderli di nuovo”. Per il nostro lavoro abbiamo bisogno di etichette, di parametri nei quali muoversi e progettare, soprattutto quando si ha a che fare con un’età così volubile come quella adolescenziale. Qualche volta però, bisogna trovare il coraggio di uscire dalle “mappe” e dai sentieri segnati per intravedere, seppure con fatica, una vetta migliore, non per noi, ma per i nostri ragazzi.