comunità crescere insieme | Il viaggio di un paio di ciabatte

400717043581_1Siamo avvolte in una busta di plastica tutta arrotolata e nascoste in fondo all'armadio pieno di maglie, magliette, pantaloni, calzini, lenzuola e pigiami. Qui dentro è tutto in ordine, un ordine strano, di quelli molto metodici e precisi solo per la testolina di chi mette le cose a posto con una logica accessibile a pochi. Siamo al caldo, non ci usa da novembre più o meno. La mia compagna destra è rotta, ma ci ha messo qui dentro e non ci ha buttato via e ai grandi di questa casa non è passata nemmeno da lontano l'idea di farlo per lui. Accanto a noi c'è Cinta, sempre avvolta in una bustina di plastica, sempre arrotolata. Anche Lei è tutta consumata, ma il padroncino ha tenuto anche lei, anche se i grandi gli hanno dato altre tre simili a Cinta.

Noi e Cinta ne abbiamo passate davvero tante: siamo partiti tutti insieme al nostro padroncino da quel paesino dove ci conosciamo tutti. Mamma e papà hanno pagato tanto per mandarci nell'America dove si parla l'italiano. Abbiamo camminato un sacco, poi quando c'era poca luce siamo saliti sulla barca. Noi eravamo ai piedi del padroncino e Cinta chiudeva e stringeva i pantaloncini corti che ogni giorno si facevano più larghi. Non sappiamo quanto sia durato quel viaggio, ma il padroncino dormiva e rimaneva seduto sempre accovacciato, come tutti, con la testa sulle ginocchia. Si dorme così. Non si mangia. Si beve solo quello che c'è. Non si poteva stendere le gambe perché c'erano tante persone, ma noi e Cinta non sappiamo contare. Faceva molto freddo la notte, forse il padroncino si è pentito di averci scelto per questo viaggio.

Poi un giorno siamo arrivati, ci hanno fatto scendere dalla barca e ci hanno dato da bere e mangiare. Noi, Cinta e il padroncino siamo finiti in una grande casa vicino al mare, dove c'erano tanti ragazzi e bambini tutti arrivati come noi. Poi è iniziato un altro viaggio, così di punto in bianco, perché lì non c'era più posto forse. E siamo andati verso Nord e siamo capitati a Torino. Era Ottobre e faceva freddo e pioveva. Eppure il Padroncino ci usava sempre insieme a Cinta e ai pantaloncini. Poi ci hanno portato in altre case, con altri ragazzi (sei case, abbiamo girato). Ci guardavano tutti strano, soprattutto i grandi che offrivano valide alternative al padroncino: "Toglile, metti queste, starai meglio". Niente, nessuno ci poteva separare. Una sera, faceva molto freddo, erano le sette di sera, freddo e gelo: una Signora, che abbiamo poi scoperto essere un capo importante, era molto preoccupata per il nostro guerriero in pantaloncini e maglietta con un giubbotto chiuso con un fil di ferro e noi nei suoi piedi che sapevano di strada. Ha fatto due chiamate, quella signora, e poi altre due ci hanno portato in questa casa dove ora siamo qui al calduccio. Non erano molto convinte quelle signore lì, perché un poco conoscevano il nostro padroncino: non sapeva stare in un posto, un piccolo ribelle che nessuno riusciva a tenere e far finalmente riposare dopo tanto viaggiare. Le ho sentite che dicevano: "Proviamoci, vediamo cosa succede...".

È successo che il piccolo padroncino ci ha tenuto ancora per due o forse tre settimane: ha provato ad aggiustarci con un fil di ferro raccolto da terra e girato con i denti e nel frattempo una grande urlava e agitava le braccia con gli occhi spaventati e porgeva un altro paio di noi ma più nuove. Non abbiamo capito cosa diceva, perché la lingua che parliamo noi è tanto diversa da questa strana lingua italiana...

Un giorno poi è successo qualcosa di strano: il viso del padroncino è cambiato. Si è rilassato, non aveva più la mascella stretta e le sopracciglia aggrottate: i grandi hanno scoperto le fossette sulle guance che nascono mentre sorride. E così, finalmente, in un giorno qualunque di novembre, il padroncino ci ha cambiato, messo a riposare in questo armadio, insieme a cinta.

Lui ora va a scuola. Sono cinque mesi quasi che viviamo in questa casa da cui possiamo sentire mamma e papà che ci mancano tanto e spesso fanno piangere il padroncino: i grandi di questa casa dicono che abbia "la mammite" e sorridono e si prendono cura di lui e noi siamo tranquille, anche quando lo sgridano e lo mettono in punizione.

Sono ricresciuti anche i capelli che un giorno di novembre il padroncino ha rasato completamente a zero: era spaventato perché dopo il viaggio in barca aveva iniziato a perderne qualcuno. I grandi parlavano di cambio di stagione, di cambio di alimentazione di clima... Ma il padroncino lo ha detto chiaro a tutti: "È da quando sono stato su quella barca che li perdo." Adesso ci sono tutti i ricci ed è quasi ora di ritagliarli per farli stare in ordine.

Il padroncino ha imparato molto di questa lingua italiana e gli educatori sanno qualche parola nella nostra lingua. Noi, da questo angolo di armadio che è diventato la nostra casa, abbiamo capito che c'è una lingua universale, che non conosce alfabeti o lettere: la lingua universale che passa attraverso i sorrisi, gli occhi, le mani tese, una carezza, i gesti del prendersi cura e del tempo trascorso a sforzarsi per comprendere l'altro fino in fondo, con rispetto e pazienza.

In questa casa, parlano questa lingua anche. Ecco perché noi semplici ciabatte infradito di tela non siamo state gettate: siamo un pezzo di storia che merita di esistere per sempre, fino a quando il nostro padroncino ne avrà bisogno.