comunità crescere insieme | Proteggersi non significa nascondersi

 

scarpa

Gli educatori che lavorano in comunità lo sanno bene: il tempo scorre diversamente, il tempo dei ragazzi è diverso dal nostro: il loro spesso è un sintomo della loro fragilità che diventa come un corto circuito. Ci sono momenti in cui il tempo si dilata, diventa noia, altri in cui diviene frenesia, sintomo di “non penso, non esisto” e quindi tutto fa meno male. Noi educatori, inutile nasconderlo, spesso ci facciamo trascinare in questo vortice, correndo come matti per e con loro, dando meno spazio al pensiero e più all’istinto.Capita poi, che in un momento di ritrovata lucidità, magari dopo momenti di confronto condivisione e/o supervisione, ciò che si fa e si dice è non solo dettato da quanto ci portiamo dentro noi come persone, ma soprattutto valutato da un pensiero dentro un altro pensiero, il “meta – pensiero”. Magia: il proprio pensiero combacia con la missione del servizio e la missione del servizio è abbracciata dall’équipe educativa. 
Così in una mattina in cui accompagni la ragazza dalla sua assistente sociale e cerchi di darle gli strumenti affinché faccia la scelta migliore per il suo progetto di vita, senti te stessa dire: “Perché vedi, proteggersi non significa nascondersi”. 
In una frase si manifesta una grossa parte del nostro operato. 
Proteggere. Proteggere dagli orchi cattivi che fanno arrivare i minori da Paesi stranieri e li sfruttano sulle nostre strade. 
Proteggere e sostenere dal loro malessere figlio di abbandoni e maltrattamenti.
Proteggerli da se stessi e dalle loro fragilità che a volte esplodono in rabbia, musi lunghi, pianti. 
Proteggerli dalla povertà da cui scappano e dalle brutture del mondo. 
Eppure non è tanto difficile proteggerli da tutto questo, ma più di tutto proteggerli senza tarpare loro le ali, senza nasconderli, senza togliere loro il diritto all’errore e il diritto all’apprendere dai loro sbagli.  Difficile è rimetterli nel mondo con le loro gambe offrendo degli strumenti che gli permettano di orientarsi in una società che non sempre si dimostra gentile e accogliente, ma che sempre più emargina gli emarginati. Complesso è dare loro quei “paletti” che gli impediscano di fondersi emotivamente con il primo che sventola un fazzoletto sporco di affetto: loro sono affamati di amore, di attenzioni e mandarli nel mondo senza quei paletti sarebbe come farli uscire nudi, senza nemmeno la loro pelle addosso. 
Ma il nostro mandato non è nasconderli. A noi spetta tutelarli, proteggerli e accompagnarli in un percorso che dura una vita: imparare a vivere. 
Cari psicologi, dottori, pedagogisti, filosofi e maestri … scusate se a volte anche noi ci inciampiamo in questo processo … ma il bello del nostro lavoro è sapersi rimettere in piedi con e per loro.