comunità crescere insieme | Un giorno di straordinaria paura

abbraccio-

Sono tornata a casa in silenzio, il mio zaino sulle spalle. Ho suonato al citofono. Mi hanno riconosciuto dalla sagoma, poi sanno che torno sempre alla stessa ora, mi aspettano, sanno che sono io.

Una delle educatrici scendeva le scale, per fare uno degli accompagnamenti. Ha allargato le braccia per salutarmi, come fa di solito. Mi ci sono ficcata tutta dentro, mettendo la mia testa dove ci stava, cercavo un riparo, un conforto, una coccola. Lei mi ha accolta, ma ha capito che qualcosa non andava, allora mi ha alzato il volto e io ho iniziato a tremare. In un attimo le altre ragazze erano vicino a noi sulle scale, la mia Marinella si è avvicinata e subito e mi ha chiesto cosa fosse accaduto. L’altra, che aveva il mio viso tra le mani, ha iniziato a preoccuparsi. Ha pensato al peggio. Io non volevo farle preoccupare. Avevo solo voglia di piangere, ma non mi era chiaro il perché. Poi, sono passati due, forse tre minuti in cui mi sono sciroppata coccole e domande e ho mormorato con pochissima voce: “È finita la scuola…”.

Ho sentito solo un boato intorno a me: le altre ragazze ridevano e mi mandavano a stendere, Marinella ha sorriso e mi ha spinto un gomito, come per dirmi: “Dai, ci hai fatto preoccupare, è ora di pranzo”. L’altra educatrice, pensando di farmi un favore, mi ha ricordato che non è affatto finita la scuola, non per me: ci sono ancora gli esami di terza media. Cacchio. A volte questi grandi pensano di dire cose sensate e piene di speranza e invece farebbero meglio a stare zitti. Non lo capiscono? A parte che gli esami mi fanno una paura che non so raccontare, ma poi non hanno capito che io ho paura proprio della fine?

Qui mi chiamano la piccola di casa, chissà poi perché.

Comunque il fatto è che io ho una paura nera. Paura perché dovrò andare alle superiori. E che è ‘sto mondo? Sto davvero crescendo? Non posso crescere, vorrebbe dire che è certo che non ho nessuno al mondo, se non questa casa, questi educatori e cos’altro? Sì, i miei amici che mi sono fatta in questi due anni, ma ora che la scuola è finita, quanti mi chiameranno? Io non tollero le separazioni. Conosco solo sue modi di stare al mondo: la fusione e l’abbandono. Il resto che cavolo di nome ha? Come si gestisce?

Quindi, la mia educatrice che pensava al peggio, ha fatto bene, perché il peggio è questo per me. Forse per loro che sono grandi, il peggio è davvero altro. Vivono in un mondo tutto loro. Non capiscono che io nel mio mondo ci sto stretta? Stretta con il mio ego. Sì, la psicologa parla di narciso e altro che a me poco importa. Io non voglio più avere paura. Voglio solo essere amata. E non sapete che rabbia a sentire e vivere che a volermi bene per davvero sono questi sei educatori che niente hanno a che fare con me. Come caspita è possibile? Chi cavolo li ha voluti o chiamati?

Loro mi dicono costantemente che questa è la mia casa, che loro mi vogliono bene. Hanno ragione. Loro non hanno colpa. Ma io non posso dare la colpa alla mia mamma. Non voglio sei educatori stupendi e apprensivi e che si occupano di me. Voglio la mia mamma. E nessuno può ridarmela. Fosse anche così, potessi mai riabbracciarla, cadrebbe il mondo dentro di me, per la seconda volta. Non ho vie di uscita. Mi sento un leone in gabbia. E piango, piango perché ho paura di questo cambiamento, di questo momento di passaggio che per ogni mio compagno è solo un’altra sfida da affrontare con la propria famiglia, il suo cellulare e tutte le comodità di una vita normale.

Insomma, era solo l’ultimo giorno di scuola. Come per altri milioni di ragazzi italiani. Eppure per me è stato molto di più. E anche se ho trovato un abbraccio in cui rifugiarmi, so che questa paura tornerà.

Qui però, oltre agli abbracci in cui rifugiarsi, c’è una roba che non so se i miei compagni hanno: le paure si affrontano insieme e si raccontano… Così diventano gestibili, meno potenti. Qui nessuno ti manda via: accettano la mia rabbia, le mie crisi, le mie paure. Posso raccontare tutto, perché non sono la mia mamma e il mio papà. Chissà cosa significa avere una mamma e un papà.