comunità crescere insieme | Volevo solo servire ai tavoli

5973905-md[1]Ho viaggiato nella morte e nella miseria per scappare. Alcune volte mi sono domandata se fossi ancora viva. Arrivata in un posto lontano, credevo che avrei trovato un attimo di pace, un lavoro, o chissà poi cosa. Invece no. L'ho dovuta attraversare ancora, la morte. E, con essa, l'umiliazione, la perdita, il vuoto, il nero di una vita che non potrà mai più essere la stessa. Una spinta che arriva dal mio più essere più profondo un giorno mi dice ancora una volta di fuggire, mettermi in salvo, cercare di sopravvivere, e arrivo qui, in questa casa, dove parlano tutti un'altra lingua e mi guardano con gli occhi grandi e la discrezione di chi sa attendere una mia parola, un mio cenno, un mio risveglio.
Tolgo i capelli finti, li getto.
Faccio molti esami medici, ho paura, tremo, ma sto bene, il mio corpo c'è.
Vorrei sorridere e invece urlo sulla macchina di questa educatrice che decide di urlare per e con me nel bel mezzo di Torino e mi abbraccia e io mi lascio abbracciare. Arrivate a casa, lei suona il clacson dell'auto come se fosse festa e prepariamo una torta. È la festa del mio corpo che c'è ancora, non mi lascia, c'è. Sto bene. Me lo ripetono, e me lo ripeto.
I vestiti nuovi, più comodi. La scoperta del cibo tutto diverso; odio le verdure, ma qui mi dicono che per il mio corpo fanno bene e allora un poco ne mangio, con sforzo. Dormo tanto, come se avessi un sonno arretrato di anni.
Sorrido con queste altre ragazze che hanno storie e lingue diverse dalle mie ma mi fanno le coccole e io talvolta accarezzo i loro capelli, lisci e lunghi.
Inizio a studiare italiano, e sono felice e fatico, ma tutti mi fanno i complimenti e credo in me stessa. Ci provo almeno.
A settembre inizio la scuola vera e forse potrò anche imparare quello per cui sono venuta fino a qui: fare la cameriera. Non volevo chissà cosa. Solo servire ai tavoli e sorridere.
Vado in piscina e sono stata al lago e nelle cascate con tutta questa mia nuova specie di famiglia. Ho paura a gioire perché se poi torna il nero dell'abisso come lo supero questa volta? Però mi butto, come ho sempre ho fatto, e sorrido, e spalanco gli occhi e gli educatori ci si buttano dentro ai miei occhi e io talvolta li socchiudo, ho ancora paura.
Ho attraversato mari, terre, morte, fame e devastazione,  ma sono viva.
Ieri, due educatrici dopo avermi fatto "cucù settetè" da dietro le lenzuola, mi hanno detto: "Grazie che ci insegni tutti i giorni a vivere". Ho sorriso e poi la mia risata è esplosa, contagiosa. E dentro, per un attimo, ero in pace.