comunità crescere insieme | concediamocelo

Agosto 2014.docx

Ho scelto di scrivere queste righe di fronte al fuoco di un camino segno di un autunno che bussa alla porta. Il calore mi aiuta a ritrovare la dimensione più umana che spesso il lavoro ci fa dimenticare o mettere da parte, anche solo per sopravvivenza. Per noi operatori che viviamo con i nostri ragazzi, 24 ore su 24, non è facile mantenere in equilibrio e con armonia il nostro essere professionali, Educatori Professionali con competenze specifiche e interdisciplinari e il nostro essere semplicemente Umani. Mentre i “nostri” ragazzi si sperimentano tra fragilità e speranze, tra conflitti e atroci passati molto presenti che li segneranno per sempre, noi lottiamo accanto a loro ogni giorno, per dare loro strumenti che siano trampolini verso un salto che è poi sempre nel vuoto, nonostante Progetti, Provvedimenti, Servizi Sociali: non ci sono certezze mai, si va avanti per tentativi: dobbiamo essere sinceri. Tentativi professionali certo, dettati di esperienze, manuali, psicologi e neuropsichiatri, giudici, assistenti sociali, ma mai c’è una ricetta giusta. Ore di équipe e di progettazione, di condivisione con colleghi, di riunioni di rete con i Servizi (e se ne esce quasi sempre con molte idee e un forte mal di testa dovuto agli stanzini minuscoli super affollati, alla concentrazione massima sul minore, su ogni aspetto che lo coinvolge, passato presente futuro, genitori nonni, zii, morte, drammi, scuola, vaccini, dentista, oculista e mille  cose che stanno tutte lì insieme) perché siamo professionisti. E cerchiamo di dare e fare il meglio per il Servizio in cui investiamo molto di noi, credendoci sempre. Eppure il fuoco di questo camino mi spinge a pensare per un attimo alla dimensione più importante e preziosa del nostro lavoro: noi. Noi esseri umani, noi genitori, noi mamme, noi desiderose di diventarlo, noi padri separati, noi con i nostri sogni, le nostre paure, le nostre aspettative, i nostri figli. Noi che innanzitutto dobbiamo tenerci per mano e accoglierci prima come persone e dopo come colleghi. Sostenerci e accettarci, cercare di tendere una mano sempre e anche concederci di poterla afferrare. Noi che come persone viviamo i nostri drammi, i nostri fallimenti e varcata la soglia della comunità tiriamo un grosso respiro e lasciamo tutto fuori, per far spazio alla professionalità. Ma la cooperazione e il suo essere più intrinseco non è solo questo. È prima di tutto, forse, sostenersi tra noi persone, solidarizzare con chi condividiamo questo cammino: dalla persona con cui lavoriamo in turno, all’équipe, alla rete che lavora con e per noi. Dobbiamo recuperare la dimensione umana: quella della solidarietà, di un sorriso o di un abbraccio, di una pacca sulla spalla, di un caffè con due biscotti, di un sincero: “Come stai?”, un messaggio lasciato sulla scrivania “Grazie per il turno insieme”, di un consiglio privo di critica, di un esserci senza pretendere. Perché siamo esseri umani, infinitamente umani. E un gruppo, una cooperativa, un servizio, un tribunale, un’Asl senza persone non sono nulla. Ogni gruppo, per esistere, deve essere fatto da individui, persone. E allora, concediamoci il diritto di esserlo.

Buon inizio di autunno da noi tutti di Via Madama.