migranti | Gli orfani bianchi e la sindrome Italia

danilaandreea_Grija_de_altul-640x420Ormai da una decina di anni, non molto lontano dai nostri confini, si sta consumando una vicenda drammatica. Tenuta sotto silenzio, il più delle volte, quando invece si meriterebbe molto spazio sui nostri media. E non solo su di essi. Ci sarebbe bisogno di porla davvero al centro dell'attenzione, e non in modo passeggero. Sì, perché è un fenomeno che ci interroga da vicino in quanto individui con storie più fortunate, che vivono in paesi dove tutto sommato si sta bene. Ci interroga in quanto persone.

Questa tragedia riguarda dei bambini. Tanti bambini. Secondo l'UNICEF sono almeno 350mila in Romania, 100mila in Moldavia. Ma ce ne sono anche in Ucraina, Polonia e Russia. Secondo Unicef, in Romania il numero è pari al 7% della popolazione romena tra gli 0 e i 18 anni. E più della metà ha meno di dieci anni.

Questi bambini sono chiamati "orfani bianchi", perché sono abbandonati dalle loro mamme, costrette a partire dai propri paesi per cercare fortuna altrove. Per sé e per i figli, per le famiglie magari finite sul lastrico perché il papà ha perduto il suo impiego.

Il paradosso è che queste donne, spesso molto giovani, lasciano i propri figli alle cure delle nonne, dei vicini di casa, dei fratelli maggiori e anche degli istituti per minori, per venire in Italia a prendersi cura dei nostri anziani e dei nostri bambini. Secondo i dati Censis, le badanti in Italia sono più di un milione e seicentomila: più di quattro quinti sono donne, e oltre il 77% è straniero, in maggioranza romene, seguite da ucraine, filippine, moldave.

Le donne migranti giustificano a se stesse e al resto del mondo l'allontanamento dalla propria terra con la ricerca di un futuro migliore, costi quel che costi. Così lasciano tutto, figli compresi, per garantire alle famiglie una vita più serena. E anche questo è paradossale, perché in attesa di un futuro più luminoso, i bambini vivono un presente di drammatico abbandono.

Gli psicologi rumeni e ucraini hanno coniato il termine "sindrome Italia" per indicare quel sistema di disturbi connessi alla sensazione di abbandono che provano questi bambini (depressione, dipendenza da droghe o alcol, devianza), ma anche le loro madri (sensi di colpa, difficoltà a ristabilire una relazione con i figli, difficoltà di mettere radici ecc.).

Silvia Dumitrache, presidente dell’Associazione donne romene in Italia, lancia un allarme. Ci sono bambini che arrivati intorno a 10-12 anni si tolgono la vita o tentano di farlo, ritenendo che questo sia un modo per costringere la mamma a tornare sui suoi passi, al loro fianco, per proteggerli e per crescerli. Silvia, in un anno, ha contato 40 suicidi. Poi si è fermata, non è riuscita a continuare. E da una certa sera del 2010, ha cominciato a impegnarsi, invece, nell'alleviare e nel contrastare, laddove possibile, la cosiddetta "sindrome Italia". Quella sera in TV le è capitato di vedere un documentario, Home Alone. A Romanian Tragedy, la storia di tre bambini che un giorno, dopo la scuola, si sono impiccati, distrutti dalla partenza delle madri per l’Italia.

È partito così il progetto “Mamma ti vuole bene”, in romeno “Te iubeste, mama!” che consiste nel coinvolgimento della rete delle biblioteche nazionali rumene, nelle piccole come nelle grandi città, per garantire delle postazioni Internet dalle quali i bambini rimasti soli possano collegarsi gratuitamente via Skype per parlarsi, raccontarsi, giocare e guardarsi con le proprie mamme. Perché i bambini sappiano che la mamma non li ha dimenticati. Perché non perdano l'abitudine a pensarla amorevole e interessata alla loro vita. E perché le mamme possano vedere crescere i propri bambini e, il giorno che potranno riabbracciarli, non sentano di essersi perdute tutta la loro infanzia.

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