Migranti in attesa di status. Una storia

DSC02822Il ragazzo arriva a Lampedusa ad aprile. Il suo viaggio è stato uguale a quello di molti altri, eppure diverso, perché ogni viaggio è unico. Non ha ancora 30 anni ma ha già percorso molta strada, e questa è l’ennesima tappa: Italia, Lampedusa, Torino, Ivrea. In cuor suo, spera che sia l’ultima o almeno di potersi fermare per un po’, riposarsi e magari cominciare a costruire qualcosa.

Invece comincia un nuovo viaggio, per certi versi più difficile. Il mezzo di trasporto non sono i piedi, ma è la testa: bisogna ricordare, ricostruire il percorso che ti ha portato fino a qui, perché - per restare in Italia e provare a cominciare una nuova vita, per avere un regolare permesso di soggiorno - è necessaria l’approvazione della Commissione Territoriale. Sono i membri di questa commissione che ascolteranno le motivazioni per cui il ragazzo ha lasciato il suo paese, il Senegal, e valuteranno se ha il diritto di restare in Italia, perché tornare indietro sarebbe troppo pericoloso.

Ma come si fa a essere sicuri che il suo racconto verrà ascoltato e capito dalle persone che devono prendere questa decisione? Parleranno la sua lingua? Già, la lingua.

“Qual è la tua lingua, ragazzo?”

“Mandinka.”

“E che lingua è?”

Gli operatori dell’accoglienza, che si occupano del ragazzo fin dal suo arrivo, si cercano, si parlano, cercano di aiutarsi a trovare una soluzione.

“Pronto? Sto cercando un mediatore in lingua mandinka, tu conosci qualcuno?”

“Ho il numero di quel mediatore senegalese, è molto bravo… E poi è in Italia da tanti anni!”

“Grazie.”

...

“Pronto? Ho avuto il tuo numero dalla collega. Sto cercando un mediatore che parli mandinka per preparare un ragazzo all’intervista con la Commissione, puoi aiutarmi per favore?”

“Purtroppo non conosco la lingua mandinka, viene parlata prevalentemente in una regione del Senegal che si chiama Casamance. È un’area dove, fin dai primi anni Ottanta, sono attivi alcuni gruppi separatisti e, nonostante il tentativo di avviare un processo di pacificazione tra il 2006 e il 2007, i problemi persistono ancora oggi. Conosco un ragazzo che viene da quelle zone e fa il mediatore per il comune di Torino, se vuoi posso metterti in contatto con lui”.

Sì, abbiamo proprio bisogno di questo contatto, perché il nostro ragazzo deve ricostruire il filo della sua storia attraverso una lingua che gli è propria. La lingua di casa, della famiglia, la lingua che si usa quando ci si arrabbia e quando si sogna la notte. Per poter ricordare tutto, le cose brutte ma anche le cose belle, e cominciare, finalmente, a costruire qualcosa.

Dopo circa 6 mesi in Italia, il ragazzo ha incontrato la Commissione Territoriale e ha raccontato loro la sua storia. Adesso è in attesa - e noi con lui – di sapere se avrà il diritto di rimanere in Italia o se il suo viaggio dovrà ricominciare.