migranti | La settimana dei racconti

batik 1Se dovessi dare un nome alla settimana appena trascorsa, la chiamerei “la settimana dei racconti”. Lunedì il colloquio con l'avvocato, martedì la chiacchierata con l'educatrice, mercoledì l'audizione in Commissione, giovedì l'incontro con il maestro di teatro, venerdì la libraia e domenica ho fatto il libro in piazza, il libro vivente, davanti alla Biblioteca Nazionale, e ho raccontato un pezzo della mia vita a chi voleva ascoltarla.
Lo so, lo so, è un po' complicato da capire, ma adesso ve lo spiego meglio. Non mescoliamo le cose, perché i racconti di questa settimana sono molto diversi tra loro. Prima di iniziare, però, vorrei che metteste una canzone di sottofondo, la stessa che mi è servita per tirare fuori i miei racconti. La trovi qui.
Nei primi giorni ho avuto tra le labbra un racconto molto importante, un racconto a cui è legata la mia vita, il mio futuro, da cui dipende la mia permanenza in Italia: la mia storia per la Commissione. Incredibile quanto potere possono avere le parole.
Mi hanno detto che il mio racconto doveva essere credibile e coerente. Dovevo dire del mio Paese, del viaggio, e poi portare i certificati medici per le ferite, e gli attestati della scuola per mostrare che mi sto impegnando, e ancora il foglio che ha scritto lo psicologo, quel foglio che cerca di spiegare i motivi per cui la notte non dormo. Tra tutti, questo foglio proprio non volevo portarlo, riguarda la mia vita privata, un mio problema personale, io non voglio che la Commissione pensi che io sia matto o incapace di lavorare seriamente. Mi sto impegnando tanto, ho imparato la vostra lingua in pochi mesi, studiando mattina e pomeriggio, ho fatto la scuola professionale e nel ristorante in cui lavoro ho anche imparato a cucinare i vostri piatti, io che a casa ho solo sempre mangiato piatti preparati da mia madre e dalle mie sorelle, io che sapevo a malapena mettere a bollire l'acqua del tè.
E così, la scorsa settimana ho incontrato il mio avvocato e la mia educatrice per sistemare con loro alcuni dettagli della storia e per preparare tutti i documenti necessari. Mercoledì mattina il grande giorno, il momento che aspettavo da mesi: l'audizione davanti alla Commissione. Alle 7:30 ero già davanti alla porta della Prefettura. L'appuntamento era alle 9, ma tanto ormai lo sapete, io non dormo molte ore di notte, alle 5:30 ero già sveglio e così, dopo la preghiera, ho deciso di fare una passeggiata e raggiungere Piazza Castello a piedi. Beh, forse non sono l'unico ad avere problemi di insonnia, dato che alle 7:30, davanti alla Prefettura, eravamo almeno in dieci.
Poi a un certo punto hanno chiamato il mio nome.
Sono entrato e mi sono seduto.
Ho parlato per due ore.
Ho risposto a tutte le domande.
Ho consegnato i miei certificati.
Ho letto e firmato il verbale su cui c'era scritta la mia storia.
Ho salutato e ringraziato.
E una volta fuori ho provato la stessa sensazione di quando, in mezzo al mare, dal bordo di quel gommone sgonfio sono salito sulla barca della marina militare italiana. Ero al sicuro, ma il mare sotto ai miei piedi continuava a dondolare. Ero vivo, ma mi girava la testa e avevo sete e avevo voglia di vomitare. Ero arrivato in Italia, ma non ero ancora arrivato per davvero.
Ora la mia storia è nelle mani di un gruppo di persone che prenderà una decisione da cui dipende la mia vita, ma io non ci voglio più pensare. Quello che dovevo dire l'ho detto. Quella è la mia storia e, se Dio vuole, mi permetterà di restare in questo Paese.
Perciò andiamo avanti nella settimana dei racconti. Giovedì ho incontrato il mio maestro di teatro, venerdì la mia libraia e domenica ho fatto il libro in piazza, il libro vivente, davanti alla Biblioteca Nazionale, e ho raccontato un pezzetto della mia vita a chi voleva ascoltarla. C'era un tendone colorato, come quello che si usa nelle feste, anche da noi ci sono, per i matrimoni e i battesimi. Poi c'erano le sedie e il palco per le conferenze e degli sgabelli di cartone. Questa Human Library era inserita all'interno di una manifestazione molto più grande che si chiama “Festival dell'Oralità Popolare”. Mi hanno che è molto importante per la città di Torino. C'erano tantissime persone quel giorno. C'era anche quel signore dell'Ufficio Stranieri, lui non mi riconosce, ma io l'ho visto due volte quando sono andato in via Bologna. Poi c'erano anche altre persone del Comune di Torino e di alcune associazioni che lavorano con noi richiedenti asilo e anche un gruppo di persone che arrivavano da Ventimiglia, quelli che hanno aiutato i ragazzi che avevano problemi alla frontiera con la Francia. E poi che ridere... C'era un coro di Africani che cantava canzoni in dialetto piemontese! E io che pensavo che in Italia si parlasse solo l'italiano!
La Human Library funziona così: ci sono dei libri e dei lettori, i libri però sono vivi, sono persone che raccontano una storia, e i lettori sono persone che si siedono di fronte ai libri per leggerli, ascoltarli. I libri sono aiutati dai librai, che scrivono per loro un riassunto della storia e li aiutano a preparare il racconto. I riassunti delle storie di tutti i libri sono raccolti su un foglio, una specie di menù, e i lettori scelgono il libro che preferiscono. Quando il lettore ha scelto il libro, il libraio lo accompagna dal libro e lì, in quel piccolo spazio occupato da due sedie, succede la magia.
Sì, una magia. Perché è difficile da spiegare, è un'esperienza davvero incredibile. Tu sei seduto lì, hai la tua storia da raccontare, ma non sai chi verrà a leggerti. E sei emozionato, perché parlerai di un pezzo della tua vita. Io ero davvero tanto emozionato perché non sono abituato a parlare con le persone, soprattutto con i bianchi. La mia pelle è scurissima, sono alto un metro e novanta e sul viso sono visibili diverse cicatrici. La gente non si avvicina volentieri.
Ma quel giorno, seduto in piazza, io ero un libro con una storia da raccontare, non il solito neromalianorichiedenteasilomusulmanotorturatosopravvissutodelmare.
Domenica il tema di tutti i racconti era il rito di passaggio, un momento preciso della vita in cui è successo qualcosa che ha cambiato per sempre le cose...
Io ho trentasette anni, sono nato in Mali e ora sono in Italia, ho incontrato tante persone, ho viaggiato per tanti chilometri, la mia vita è lunga... Ho impiegato un giorno intero a setacciare ricordi ed emozioni, ma alla fine il mio rito di passaggio è arrivato chiaro e limpido davanti ai miei occhi.
Il cuore ha iniziato a battere forte e una cascata di odori, suoni ed emozioni hanno attraversato ogni centimetro della mia pelle.
E l'immagine di quel piccolo corpo tra le braccia di mia moglie, così fragile e forte, i suoi occhi fissi nei miei occhi.
Io quel giorno ero diventato altro, per sempre.
Io quel giorno ero diventato padre.