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Luci e ombre della DAD

Durante la pandemia, per più di tre mesi le scuole sono rimaste chiuse. Sin dall’inizio dell’emergenza si è scelto però di non rimanere immobili di fronte a questa situazione critica e inaspettata, adottando la didattica a distanza, oggi anche conosciuta con la sigla DAD.

Da una parte, gli studenti si sono apprestati a vivere in maniera diversa l’apprendimento; dall’altra, ai professori è stato chiesto di concentrarsi su un insegnamento che non prevedesse un contatto diretto con gli alunni. 

In aiuto agli insegnanti sono accorse diverse piattaforme, utili per la realizzazione di videolezioni online (Zoom, Webex e Google Classroom sono alcuni esempi), mentre in altri casi si è optato per l’uso di programmi che permettessero la registrazione delle lezioni, fruibili agli studenti solo successivamente.

Un’indagine di Cittadinanzattiva sulla didattica a distanza ha evidenziato come questa sia stata fatta partire dal 92% delle scuole, con l’85% incentrata sull’uso di piattaforme online. 

Lo sforzo degli insegnanti per proseguire il proprio lavoro non è da considerare scontato. Molti insegnanti si sono messi all’opera pur non avendo sufficienti competenze digitali e conoscendo poco o nulla delle piattaforme sulle quali lavorare. Le difficoltà di organizzazione e produzione delle lezioni sono state ovviamente molto maggiori rispetto a quelle implicate nell’ordinaria didattica in presenza.

Le criticità della DAD iniziano a manifestarsi quando la lente di ingrandimento si sposta sugli studenti. Quello che è emerso sempre dall’indagine promossa da Cittadinanzattiva è che il 48% dei soggetti partecipanti fra genitori, insegnanti e ragazzi ha segnalato il problema dell’esclusione degli studenti. Alcuni di loro infatti non sono riusciti a prender parte alle lezioni online e le cause di ciò non sembrano essere rintracciabili nel poco interesse dimostrato dagli studenti stessi o dalla poca disponibilità degli insegnanti nel fornire materiale.

L’esclusione degli studenti può allora essere ricollegata a quegli aspetti che rientrano nelle criticità della didattica a distanza, manifestatisi in questi mesi. Uno di questi riguarda la famiglia nella quale vive lo studente “escluso”, che non sempre dispone di un numero adeguato di computer o tablet nella propria abitazione. In alcune famiglie i devices digitali sono addirittura assenti.

Inoltre non tutte le famiglie possiedono una connessione stabile in casa. Secondo alcuni dati Istat, c’è poi il problema del sovraffollamento abitativo, che coinvolge oltre un quarto delle persone in Italia e che non permette ai ragazzi di poter studiare in spazi e luoghi adeguati. 

Queste problematiche si sono manifestate chiaramente, dal momento che per alcune scuole italiane i numeri legati alla partecipazione alle lezioni è stato veramente basso e, in casi ancora peggiori, intere classi di alcune scuole non hanno preso parte alla didattica a distanza.

Proprio per cercare di risolvere alcune di queste criticità, il governo italiano, già all’inizio del lockdown, ha stanziato circa 85 milioni di euro da investire nell’acquisto di PC e tablet per gli studenti e per le scuole con meno mezzi.

Abbiamo esaminato il ruolo di insegnanti e studenti, ma nell’ambito della didattica a distanza un ruolo fondamentale è stato – e continua a essere -quello ricoperto dai genitori, soprattutto quelli con figli frequentanti la scuola primaria, poco avvezzi all’uso non ludico del digitale, data la giovane età.

A questi genitori, oltre a favorire la presenza alle lezioni dei propri figli e a partecipare a colloqui online con i docenti, è stato chiesto di accompagnare i bambini durante il processo di apprendimento a distanza, indirizzandoli e guidandoli in un mondo per molti di loro ancora poco conosciuto, quello della tecnologia. Non tutti i genitori hanno però avuto il tempo o la disponibilità per seguire i propri figli, anche perché spesso gran parte delle loro giornate sono occupate dal lavoro.

Tuttavia è giusto anche pensare che senza la didattica a distanza la scuola si sarebbe inevitabilmente fermata, cosa che non avrebbe certamente giovato agli studenti.

In questo contesto, non sono peraltro mancate voci di studenti della scuola secondaria o di universitari in controtendenza rispetto alle famiglie e alla scuola, che hanno sottolineato la maggior efficacia della DAD rispetto alle lezioni in presenza soprattutto per la possibilità di “riavvolgere il nastro” delle lezioni e risentire i passaggi più difficili, per la capacità di concentrazione maggiore in un contesto più disciplinato, per l’opportunità di essere seguiti in modo maggiormente personalizzato da parte degli insegnanti più disponibili.

La scuola, oltre a essere un luogo per apprendere, è comunque anche un ambiente atto a favorire la socializzazione tra i ragazzi. Difficilmente questa è favorita dalla didattica a distanza, anche se certamente l’assenza della stessa promuove ancora meno le relazioni sociali nel gruppo classe. Esse sono proseguite peraltro, indipendentemente dalla DAD e dalla presenza degli insegnanti, nei gruppi WhatsApp, nelle chat dei videogiochi, nelle videochiamate di gruppo.

Per concludere, riteniamo che questo periodo possa essere considerato un laboratorio molto importante per la scuola. Sarebbe meglio non chiuderlo dentro una parentesi da lasciarsi alle spalle prima possibile. Riconoscerne i limiti e gli elementi di vantaggio potrebbe essere molto utile per rafforzare le competenze digitali degli insegnanti e degli studenti e per migliorare l’insegnamento tout court, sia esso in presenza o a distanza.

Buona Pasqua!

La scrittura collaborativa delle relazioni

“La scrittura collaborativa delle relazioni” è il momento di confronto organizzato per il 26 marzo prossimo da Crescere Insieme con il patrocinio dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Piemonte per illustrare il lavoro dell'équipe della comunità educativa Mafalda nella relazione di aiuto con i genitori dei minori accolti. Percorso culminato con la partecipazione alla sperimentazione “Aiutami a raccontare di te”, promossa dalla ricercatrice Camilla Landi e dalla professoressa Maria Luisa Raineri dell'Università Cattolica di Milano. Come frutto di questo cammino ricco di sfide sia per il profilo professionale dell’educatore sia per quello dell’assistente sociale, nasce un nuovo format per le relazioni incentrato sulla partecipazione della famiglia di origine del bambino protagonista di percorsi di tutela. Non più soltanto portatrice di fragilità, la famiglia diventa soprattutto risorsa potenziale e punto di partenza per un progetto educativo realmente imperniato sul benessere del minore coinvolto.

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